Diario di viaggio Marocco / (Giorno 5)

Un buongiorno rilassato, ho cercato di dormire il più possibile, alle 9 vado a fare colazione in hotel, in netto ritardo rispetto alla mia tabella di marcia che prevedeva la partenza proprio a quell’ora.
Alle 9 e 30 riparto per quella che sarà sicuramente una giornata chiave del mio viaggio.
Parto con la consapevolezza che questo giorno potrebbe essere uno dei più belli che io possa vivere nella mia Vita, questo perché quello che vedrò è uno dei posti più suggestivi del pianeta ed ho scelto di vederlo nel suo vero cuore, Merzouga, provando a vivere un giorno da berbero.
Alle 9 e 30 sono nel fuoristrada, fra me ed Erg chebi c’è la gola di Dades, delle rocce rosse incredibilmente vicine fra loro.
Appena arrivato al punto di visita tramite una strada dissestata, inizio la mia passeggiata verso il punto più stretto, ogni 2 metri c’è qualche anziano che vende qualcosa o che magari chiede qualche soldo, anche in cambio di una foto.
Ne scatto alcune al volo perché mi sento decisamente colpito dai loro volti, ma anche dai volti più giovani, dai bambini.

In mezzo alla gola passa un corso d’acqua in cui le persone del posto cercano minerali o magari raccolgono l’acqua che io davvero non so come facciano a bere dato il suo colore che mi fa pensare non sia potabile.
Un luogo sicuramente da visitare.. sopratutto per le persone che si possono incontrare.
Finisco questa breve visita e mi dirigo all’ultima tappa della mia giornata, la più importante forse di tutto il viaggio, il Sahara.
Mi fermo in un ristorante locale per un pranzo a base di pollo e poco dopo passo in un negozio berbero a comprare un prodotto locale, lo faccio sopratutto per supportare questa popolazione, troppo spesso non supportata dal governo marocchino.
Dopo questa ultima fermata, ci siamo, 3 ore di auto in direzione Merzouga, con un gran caldo e un paesaggio che sembra non cambiare mai, ma ad un tratto, dopo queste tre ore il paesaggio cambia, eccome se cambia!.
Il mio battito cardiaco cresce e le rocce si trasformano in sabbia, in dune che diventano sempre più alte.

Ad un certo punto il mio autista mi dice che è arrivato il momento di abbandonare l’asfalto, il momento di andare off-road, ci andiamo.
Dopo un chilometro circa, davanti a me lo spettacolo indescrivibile delle dune, branchi interi di dromedari che si spostano da una parte all’altra di una sabbia che sa di infinito.
Arrivato al campo base salgo su un dromedario (sensazione strana ma per fortuna monto a cavallo quindi ho un minimo di base) per arrivare al mio villaggio dove c’è la mia tenda nella quale passerò la notte.
Un’ora di cammino sul dromedario (direi poco comodo..) fra una duna e l’altra, il mio livello di entusiasmo cresce sempre più per la particolarità del luogo che ho davanti agli occhi.
Il dromedario? di una forza pazzesca, capace di trasportare di tutto, anche sulle dune più ripide.
Arrivo al villaggio, ad attendermi i berberi che qui ci vivono da una vita, mi salutano invitandomi a sedermi e rilassarmi dopo il lungo viaggio che ho affrontato, mi perdoneranno ma.. rifiuto il loro invito, il sole sta tramontando ed io voglio assistere a tutto ciò.
Manca poco e devo raggiungere a piedi la cima di una duna piuttosto alta, ad un certo punto inizio a correre facendo una fatica notevole, quasi non mi reggono le gambe, in qualche modo arrivo in cima, In tempo, appena arrivato resto senza parole, quasi mi viene da piangere, il tramonto più bello che io abbia mai visto, un qualcosa che è davvero riduttivo anche solo provare a descrivere, infinitamente spettacolare.
Scatto qualche foto ma mi rendo conto che la reflex ha smesso di funzionare tramite scatto manuale, un vero peccato perché avrei potuto scattare meglio, ma poco mi importa, mi bastano gli occhi e la mia memoria, che porterà per sempre questo momento impresso.

Dopo che il sole è tramontato, torno al campo, dove conosco gli altri viaggiatori che si trovano nel villaggio, due americani (uno dei quali, Corvino, che parla italiano e ama l’Italia) e due giapponesi, con cui scambio qualche chiacchiera bevendo un buon tè offerto dalla popolazione berbera del villaggio.
Si fa ora di cena, mangiamo del cibo locale, un piatto a base di vegetali, carote e patate.

A fine pasto è il momento della musica tradizionale berbera, iniziamo a ballare e ad un certo punto un ragazzo mi cede il posto e inizio a suonare con loro, memorabile!.
Una solarità, quella dei berberi, che io posso solo definire come ‘ereditata dal sole’ che nel deserto batte sempre forte, ah dimenticavo, nel corso della giornata ha fatto piuttosto caldo, ma ci ho fatto ben poco caso, c’era altro a cui pensare.
Finita la cena, i balli e la mia buffa esibizione, i berberi vanno a dormire e ci salutano, stesso discorso per gli altri viaggiatori..ed io? cosa faccio?
Chiaramente quello che sento di fare, sento di dovermi godere l’attimo, la luna piena, le stelle che brillano come non mai, mi incammino nel deserto di notte, mi siedo in cima ad una duna e penso: ‘Cazzo, sono arrivato anche quì, ce l’ho fatta, anche questa volta..’.

Dopo un po’ di tempo torno in tenda e provo a dormire, pensando a cose belle, pensando a cose viste, viste per davvero.

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