Diario di viaggio Marocco / (Giorno 5)

Un buongiorno rilassato, ho cercato di dormire il più possibile, alle 9 vado a fare colazione in hotel, in netto ritardo rispetto alla mia tabella di marcia che prevedeva la partenza proprio a quell’ora.
Alle 9 e 30 riparto per quella che sarà sicuramente una giornata chiave del mio viaggio.
Parto con la consapevolezza che questo giorno potrebbe essere uno dei più belli che io possa vivere nella mia Vita, questo perché quello che vedrò è uno dei posti più suggestivi del pianeta ed ho scelto di vederlo nel suo vero cuore, Merzouga, provando a vivere un giorno da berbero.
Alle 9 e 30 sono nel fuoristrada, fra me ed Erg chebi c’è la gola di Dades, delle rocce rosse incredibilmente vicine fra loro.
Appena arrivato al punto di visita tramite una strada dissestata, inizio la mia passeggiata verso il punto più stretto, ogni 2 metri c’è qualche anziano che vende qualcosa o che magari chiede qualche soldo, anche in cambio di una foto.
Ne scatto alcune al volo perché mi sento decisamente colpito dai loro volti, ma anche dai volti più giovani, dai bambini.


In mezzo alla gola passa un corso d’acqua in cui le persone del posto cercano minerali o magari raccolgono l’acqua che io davvero non so come facciano a bere dato il suo colore che mi fa pensare non sia potabile.
Un luogo sicuramente da visitare.. sopratutto per le persone che si possono incontrare.
Finisco questa breve visita e mi dirigo all’ultima tappa della mia giornata, la più importante forse di tutto il viaggio, il Sahara.
Mi fermo in un ristorante locale per un pranzo a base di pollo e poco dopo passo in un negozio berbero a comprare un prodotto locale, lo faccio sopratutto per supportare questa popolazione, troppo spesso non supportata dal governo marocchino.
Dopo questa ultima fermata, ci siamo, 3 ore di auto in direzione Merzouga, con un gran caldo e un paesaggio che sembra non cambiare mai, ma ad un tratto, dopo queste tre ore il paesaggio cambia, eccome se cambia!.
Il mio battito cardiaco cresce e le rocce si trasformano in sabbia, in dune che diventano sempre più alte.


Ad un certo punto il mio autista mi dice che è arrivato il momento di abbandonare l’asfalto, il momento di andare off-road, ci andiamo.
Dopo un chilometro circa, davanti a me lo spettacolo indescrivibile delle dune, branchi interi di dromedari che si spostano da una parte all’altra di una sabbia che sa di infinito.
Arrivato al campo base salgo su un dromedario (sensazione strana ma per fortuna monto a cavallo quindi ho un minimo di base) per arrivare al mio villaggio dove c’è la mia tenda nella quale passerò la notte.
Un’ora di cammino sul dromedario (direi poco comodo..) fra una duna e l’altra, il mio livello di entusiasmo cresce sempre più per la particolarità del luogo che ho davanti agli occhi.
Il dromedario? di una forza pazzesca, capace di trasportare di tutto, anche sulle dune più ripide.
Arrivo al villaggio, ad attendermi i berberi che qui ci vivono da una vita, mi salutano invitandomi a sedermi e rilassarmi dopo il lungo viaggio che ho affrontato, mi perdoneranno ma.. rifiuto il loro invito, il sole sta tramontando ed io voglio assistere a tutto ciò.
Manca poco e devo raggiungere a piedi la cima di una duna piuttosto alta, ad un certo punto inizio a correre facendo una fatica notevole, quasi non mi reggono le gambe, in qualche modo arrivo in cima, In tempo, appena arrivato resto senza parole, quasi mi viene da piangere, il tramonto più bello che io abbia mai visto, un qualcosa che è davvero riduttivo anche solo provare a descrivere, infinitamente spettacolare.
Scatto qualche foto ma mi rendo conto che la reflex ha smesso di funzionare tramite scatto manuale, un vero peccato perché avrei potuto scattare meglio, ma poco mi importa, mi bastano gli occhi e la mia memoria, che porterà per sempre questo momento impresso.


Dopo che il sole è tramontato, torno al campo, dove conosco gli altri viaggiatori che si trovano nel villaggio, due americani (uno dei quali, Corvino, che parla italiano e ama l’Italia) e due giapponesi, con cui scambio qualche chiacchiera bevendo un buon tè offerto dalla popolazione berbera del villaggio.
Si fa ora di cena, mangiamo del cibo locale, un piatto a base di vegetali, carote e patate.


A fine pasto è il momento della musica tradizionale berbera, iniziamo a ballare e ad un certo punto un ragazzo mi cede il posto e inizio a suonare con loro, memorabile!.
Una solarità, quella dei berberi, che io posso solo definire come ‘ereditata dal sole’ che nel deserto batte sempre forte, ah dimenticavo, nel corso della giornata ha fatto piuttosto caldo, ma ci ho fatto ben poco caso, c’era altro a cui pensare.
Finita la cena, i balli e la mia buffa esibizione, i berberi vanno a dormire e ci salutano, stesso discorso per gli altri viaggiatori..ed io? cosa faccio?
Chiaramente quello che sento di fare, sento di dovermi godere l’attimo, la luna piena, le stelle che brillano come non mai, mi incammino nel deserto di notte, mi siedo in cima ad una duna e penso: ‘Cazzo, sono arrivato anche quì, ce l’ho fatta, anche questa volta..’.


Dopo un po’ di tempo torno in tenda e provo a dormire, pensando a cose belle, pensando a cose viste, viste per davvero.

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Diario di viaggio Marocco / (Giorno 4)

La mia giornata inizia presto, verso le 6 e mezzo del mattino sono già sveglio, preparo il mio zaino e parto, un 4×4 mi attende a Piazza El fna, la piazza di mattina è affollata di turisti che si dirigono a Zagora oppure a Merzouga (mia destinazione).
Il tempo di un caffè e incontro Mohammed, sarà il mio autista nei prossimi 2 giorni, sembra una persona piuttosto solare, parla varie lingue fra cui anche un po’ di italiano, è berbero, la sua casa e la sua famiglia sono a Merzouga, a più di 500 km dalla civiltà.
Durante il viaggio verso l’Atlas Mountains scambiamo quattro chiacchiere, mi parla del fatto che lui non ama la città, troppo caotica, ama il suo villaggio e il deserto, la tranquillità.
Arriviamo sulle montagne rosse percorrendo un’incredibile strada, spesso dissestata, durante la salita incontriamo vari venditori ambulanti di minerali, alcuni anziani, anche per farsi fotografare chiedono soldi, la loro qualità di Vita è molto bassa.
Incontro un vecchietto dal viso segnato dalle fatiche di una vita, colgo l’occasione per fotografarlo.


Arrivato in cima alla salita vi è una vista panoramica suggestiva, oltre al classico cartello con l’altitudine (più di 2000 metri sul mare) e il nome della salita.
Dopo una foto veloce, ci lanciamo in discesa direzione Ait Ben Haddou, un villaggio spettacolare dove vengono girati spesso film importanti (sono stati girati film fra cui “Il Gladiatore, “Indiana Jones” e “Il trono di spade”), il tempo ad Ait sembra davvero si sia fermato, le case sono interamente realizzate in terriccio, per raggiungere il paese bisogna superare un corso d’acqua in cui ci sono sempre dei bambini che passano la giornata ad aiutare i turisti a superare il torrente in cambio di soldi o di qualsiasi altro oggetto.
Non conviene molto andare ad Ait in orari caldi, la temperatura è particolarmente alta.

Arrivati in cima alla fortezza, una bellissima vista panoramica sulla parte nuova della città e sulle zone desertiche circostanti.


Vado a pranzo in un ristorante consigliato dal mio autista, mangio dei piatti tipici a base di verdure e carne, igiene precario per via delle mosche, ma il sapore è buono, soddisfatto!.
Dopo pranzo andiamo ad Ourzazate, la Hollywood dell’Africa, una vera città dove è evidente l’influenza economica occidentale, non a caso vi è l’unico supermarket che vende alcolici (altrove è vietato) nel giro di 300 km.
Breve visita alle varie ambientazioni di famosi set cinematografici e via, direzione hotel, presso la gola di Dades.
Purtroppo improvvisamente una pietra finisce casualmente sul vetro anteriore della macchina, lesionato, bisogna cambiarlo, resto a piedi per una quarantina di minuti, che ansia!. Il tempo di cambiare il vetro e il mio autista per fortuna torna a prendermi.
Appena risalgo in auto cado nel sonno e mi risveglio a pochi chilometri dall’hotel, dove mi si da il benvenuto con un buon tè.
Cena e a dormire pensando già a cosa mi aspetta domani.
Anzi no, perché mi rendo conto di aver perso le chiavi della mia camera e i gestori dell’hotel hanno impegnato molto tempo per trovare un duplicato.
Una volta trovato il duplicato posso finalmente mettermi a letto e riposare.
Domani Erg chebbi.
A noi due.

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Diario di viaggio Marocco / Giorno 3)

Sveglia presto e colazione tipica nel riad, oggi giornata più sciolta, esco direzione Souk, il caratteristico mercato della città.
Dopo un chilometro a piedi entro nella zona in cui, da piazza El Fna, inizia il mercato.
Resto subito impressionato dalla quantità di negozi e venditori ambulanti che si trovano nella zona, si vende di tutto, dai prodotti in legno fino agli alimentari, non possono mancare le spezie con la loro infinità di profumi.


Ogni venditore ti ferma per proporti qualcosa nel proprio negozio, i prezzi ‘sembrano’ alti, di solito propongono prezzi alti per poi trattare.
Con un minimo di abilità nella contrattazione si può arrivare ad uno sconto del 50% o più.
Ad un tratto incontro un ragazzo che mi propone di visitare la sua produzione di lino, alla fine oltre a portarmi nella sua fabbrica, mi porta nel suo negozio (sito distante da tutti gli altri), compro uno scialle rosso per i giorni nel deserto che mi aspettano.


Subito dopo mi fermo per un tè in un locale dove conosco una volontaria australiana molto dinamica, molto Free mind.
Successivamente, decido di uscire dalla zona mercato, una rete infinita di stradine in cui è davvero facile perdersi, ma grazie ad una cartina ed un buon orientamento maturato negli anni riesco ad uscire.
Mangio un cibo fast presso un ristorante piuttosto economico, di fianco al ristorante vi è un negozio di macchine fotografiche usate, decido di entrare vedere i prodotti in offerta ma mi rendo subito conto che nessuno dei dipendenti parla inglese, ho riso molto quando per cercare di capirmi questi hanno mobilitato mezzo quartiere cercando un persona in grado di farmi da traduttore.
Alla fine, un po’ a malincuore, non acquisto nulla.


Nel primo pomeriggio entro di nuovo nella zona del Souk per andare a visitare la scuola coranica che però, dopo una stressante ricerca, trovo chiusa per ristrutturazione.
Poco dopo mi rendo conto che provando ad uscire dal labirinto di quella zona, un ragazzo mi segue, dopo qualche minuto fa lo stesso un altro che mi dice di seguire una strada palesemente chiusa per tornare ad El Fna, principianti! non ci entro ed evito di farmi derubare.
Uscito prendo il taxi per l’ultima visita della giornata, i giardini Majorelle, un giardino botanico collocato nella zona nuova di Marrakech, famoso per i colori delle strutture che lo compongono insieme ai cactus provenienti da varie parti del Mondo.
Il colore prevalente è il blu, peccato non avere una reflex con me in quel momento.
Finita la visita che ho molto apprezzato ai Majorelle, torno ad Riad per un tè e un breve riposo, una video-chiamata con l’Italia e una doccia veloce.
Ultima serata a Marrakech, mi dirigo verso la zona nuova, ceno in un ristorante accogliente con un maître simpatico e faccio quattro passi a piedi per respirare l’atmosfera della città per l’ultima volta.
Mentre passeggio mi rendo contro che nella città esistono tanti controsensi, la religione impone molte limitazioni ma in alcuni quartieri queste non esistono.
In alcune zone la prostituzione raggiunge livelli alti, stesso discorso per quanto riguarda lo spaccio di sostanze stupefacenti.
Giornata finita, Marrakech, bella città, ma si può migliorare, si può incentivare il turismo tutelando i turisti.
Spero questo accadrà presto.

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Diario di viaggio Marocco / (Giorno 2)

ALLA SCOPERTA DI MARRAKECH.

Sveglia presto, non c’è troppo tempo per dormire, specie quando viaggio!.
Zaino in spalla e reflex al collo, si esce!
Breve colazione (gradevole, a base di Croissant e succo d’arancia) in un bar vicino il mio appartamento, trovo un taxi economico e mi dirigo verso Le tombe Saadiane.
Un giardino con mausoleo dove sono sepolti i corpi dei servitori e dei guerrieri della dinastia saadiana.

Oltre a ciò, nel mausoleo principale, la tomba in cui è sepolto il sultano Ahmad Al Mansur.
Un bel luogo, ma molto affollato.
Proseguo, direzione Palais de la Bahia, un luogo considerato come un vero capolavoro architettonico, uno dei principali nel Paese.
Entrando resto colpito dai tantissimi mosaici e dai tanti colori che decorano il Palazzo, chiedo una foto ad un ragazzo che, poco sensibile, quasi mi rompe la reflex.
Proseguo fra le tante stanze (piene di mosaici, ma vuote..) del complesso, guardo il giardino e mi dirigo verso l’uscita.

Uscendo, nella piazza vicino al palazzo, mi fermo in un ristorante per mangiare qualcosa, nulla di così gradevole.
Decido di tornare ad El Fna, per vedere la piazza in pieno giorno, mi accorgo che la piazza nel giro di 10 ore è totalmente cambiata, impressionante la velocità con cui i venditori spostano le bancarelle..
Di giorno la piazza è piena zeppa di artisti, molti incantatori di serpenti, scimmie al guinzaglio (non un bello spettacolo) e vari soggetti in cerca di un guadagno giornaliero.
Il premio fantasia lo vince un ragazzo che con una bilancia (che secondo me funziona ben poco) ferma le persone chiedendole di pesarsi per qualche spicciolo.
Decido di recuperare del tempo usando la carrozza con i cavalli, dopo una lunga trattativa arrivo quasi al 50% di sconto rispetto al prezzo che mi hanno chiesto inizialmente, accetto e inizio il tour nella città, 2 ore in cui vedo la parte nuova, il palmeto ed una delle parti più povere della città.

Non mi stupisce la zona nuova, dove la ricchezza arriva a livelli alti, bensì mi colpisce in maniera incredibile la zona povera, dove vedo persone cercare di vendere qualsiasi cosa, dai vestiti usati e ridotti male, ad oggetti di ogni genere (forse alcuni derivanti da furti), fino ad arrivare a chi mi rende triste, un signore che vende del pane (scarti presi dall’immondizia) ‘usato’.
Agghiacciante.
Così come i bambini e gli anziani di quella zona, gente che dorme per terra, che non ha casa né la minima prospettiva di Vita.
A pochi metri la ricchezza, una frontiera immaginaria dove i poveri non entrano neanche, hotel di lusso, casinò, ville presidenziali fra cui quella di Sarcosì e Cristiano Ronaldo.
Occhio perché se prendete la carrozza per visitare il palmeto, ad un tratto il cocchiere si fermerà con la scusa di far riposare i cavalli in uno spazio il cui vi sono cammelli e relativi padroni, pronti a proporvi un’escursione salata.

Torno a casa con l’amaro in bocca.

Una doccia, un breve riposo e scendo di nuovo, a piazza El Fna che cambia ogni ora, è incredibile quante luci, quanti artisti ci sono la sera, dopo le 8.
Resto lì fra luci e artisti a godermi il momento, poi passo al quartiere Gueliz (il quartiere nuovo della città) per una fanta al MC e torno a casa, dove mi perdo nel sonno e in qualche pensiero.

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Diario di viaggio Marocco / (Giorno 1)

Partito da Avellino con un bus che per fare 250 km ha impiegato ben 5 ore, mi sono diretto fra un cambio e l’altro all’aeroporto di Roma Ciampino, dove ad aspettarmi dopo un breve controllo di sicurezza c’era un aereo, direzione Marrakech, la mia prima volta (sorprendentemente, lo so..) nel continente africano.
3 ore e 30 di volo, fortunatamente ho preso il posto giusto in aereo, metto le cuffie e alzo il volume, passano in fretta fra un pensiero e l’altro.
Arrivo a Marrakech verso le 21 e 30 di sera.
Un altro controllo di sicurezza, l’ennesimo con un modulo da compilare in francese, non è una lingua a me nota, chiedo consiglio e in qualche modo lo compilo.
Passo il controllo, breve passeggiata verso l’uscita, volto la testa a destra e dopo aver visto la scritta “Marrakech Menara” realizzo di esserci, ho messo piede in Africa per la prima volta nella mia Vita.
Che questa nuova esperienza abbia inizio!
È il momento di raggiungere l’appartamento prenotato, uso un taxi (piuttosto economico).
Il tassista inizialmente dice di aver capito la destinazione in cui portarmi, successivamente però ha varie difficoltà nel trovare l’indirizzo giusto.. fa varie telefonate e dopo 20 minuti, vedo spuntare il proprietario dell’appartamento che mi da il benvenuto nella città, trovato!.
Sistemo il mio zaino e nascondo i beni di valore nell’abitazione (che chiaramente non ha cassaforti) dato che, è accessibile dall’esterno in maniera semplice (la porta ha un passaggio superiore completamente libero).
Scendo, decido di portare con me pochi soldi, nulla oltre al mio cellulare e un centinaio di Dirham (voglio prendere confidenza con il posto), mi incammino verso una strada, dopo 300 metri con un caos ma allo stesso tempo con un BPM in crescendo, arrivo a Piazza El Fna, piazza principale e simbolo della città.
La piazza è un assurdo miscuglio di suoni, luci e odori.
Ci sono persone che mi fermano ovunque, ognuno vuole propormi qualcosa, non do confidenza a nessuno, ma mi rendo conto che la confusione che mi aspettavo non è minimamente paragonabile a quella infinita che c’è..che impatto, ragazzi!
Ad una certa ora inizio ad aver fame, mi fermo in un ristorante di fortuna e mangio qualcosa prima di incamminarmi verso casa.
Di ritorno, incontro un tizio che cerca di fermarmi, particolarmente insistente, cerco di non fermarmi ma ad un tratto mi rendo conto che è quasi impossibile, continua a seguirmi chiedendo dove fosse il mio appartamento e dicendo altre cose in arabo che chiaramente non capisco.
Fingo di dover tornare indietro, uso una strada alternativa e lo svio.
Non aveva buone intenzioni.
Tornato a casa tiro un sospiro di sollievo e cado in un sonno profondo data la mia stanchezza per il viaggio.

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Uganda, dall’alba alla nuova Vita

Il 26 luglio 2014 sono partita per il viaggio più importante della mia vita – almeno tra quelli fatti fino ad oggi. Ho deciso di volare verso l’Uganda, dopo mesi di formazione ed incontri nella sede di Africa Mission – Cooperazione e Sviluppo, l’ONG di cui facevo e faccio parte. 
Avevo finito il liceo da poco più di un mese, volevo cercare di vedere cosa ci fosse oltre il mio paese di circa 2.000 abitanti; avevo bisogno di allontanarmi dalla mia famiglia, ma non per le solite mete convenzionali. Avevo bisogno di un luogo che mi mettesse alla prova, che mi desse l’opportunità di mettermi  a nudo, di non poter dire e non potermi dire bugie. Volevo capire cosa significasse mettersi a servizio dei più poveri, degli ultimi, di quelli che non hanno nemmeno il diritto di morire. Fino all’ultimo giorno prima della partenza sono stata titubante ed è forse la prima volta che lo dico: avevo paura di voler semplicemente mettere in tasca il viaggio umanitario di cui molti si vantano. Non mi conoscevo bene nemmeno io! Per fortuna sono partita, senza se e senza ma. Ho passato 21 giorni nella Terra Rossa, tra Kampala e Moroto, nei compound di Cooperazione e Sviluppo assieme ai miei compagni di viaggio e ai cooperanti che hanno scelto di lavorare e quindi vivere lì la loro vita. Ho visto albe e tramonti spogli di qualsiasi luce artificiale, ho visto la Savana, ho visto le case fatte di paglia e fango e i capi tribù che ci guardavano come se fossimo venuti da un altro pianeta. Ho sentito forte il bisogno di urlare e di piangere di fronte alla povertà. Più di tutto, ho ritrovato me stessa. 
Per capire ancora meglio, vi lascio la lettera che ho scritto a me stessa (si, a me stessa) il 12 agosto 2014, a Moroto, qualche giorno prima di ripartire per l’Italia. Non l’ha mai letta nessuno
“Ciao Virginia! 
Sono io, Virginia. È arrivato il momento di metterti a nudo con te stessa. Quante volte, per quanto tempo, forse anche in questi giorni, ti sei sentita fiume impaurito, spaventato. Cosa ti spaventava? Ovviamente la paura di sparire nell’oceano. Fino ad un attimo prima di buttarti in questo oceano hai sentito di non essere adatta, di non essere all’altezza. Forse ti ci sei buttata anche senza sicurezza i primi momenti. A dir la verità, perché adesso la verità la diciamo tutta, avevi paura di confrontarti con una realtà totalmente diversa da quella che vivevi ogni giorno. Volevi e non volevi. Eri titubante, ma ormai era fatta. Potevi solo buttarti nell’oceano. Ora però la domanda era: saresti scomparsa nell’oceano o ne saresti diventata felicemente parte? Anche quando sei arrivata qui, non ti sei resa conto di dov’eri, di cosa avresti vissuto e ti sentivi persa nell’oceano. Tanti volti, tanti sorrisi ma mai qualcosa che davvero ti toccasse. Poi però, non sai come, quando, perché, hai rischiato. E tra pianti, sorrisi e verità sei riuscita ad immergerti in questa realtà. Allora ciò che vorrei da te è che tornassi così in Italia. Staccati un attimo dai legami inutili: cellulare, mondo virtuale, situazioni stressanti. Vivi, vivi, VIVI! Nessuno sarà lì a ricordarti cosa ti stai perdendo! Tutti i sorrisi che stai vedendo, le carezze, i momenti di condivisione, stanno davvero toccando il tuo cuore solo da quando hai deciso di metterti a nudo, ascoltare e restare in silenzio e, davvero, metterti a servizio. Avevi paura di non essere all’altezza, avevi paura che tutto ciò che rappresentava il tuo percorso passato non ti permettesse di essere “adatta” ad affrontare questo viaggio ed il tuo futuro. 
Vivi senza maschere. Ascolta la savana, ascoltane i suoni puri e incontaminati. Porta a casa la bellezza di ogni paesaggio che hai avuto la fortuna di imprimere nella tua mente. Ricordati dei viaggi fatti in compagnia, delle stelle. Queste stelle che ogni sera sembrano caderti addosso tanto ti sono vicine. 
Rischia, buttati. Tutti quelli che hai incontrato nella loro vita non hanno ricevuto nulla di materiale, ma vivono la bellezza della natura che li circonda ed ogni giorno sorridono a questo sole così imponente. Domani svegliati, respira profondamente e ricorda a te stessa che sei in Africa, sola, viva e libera. 
Quando tornerai non dimenticare della cruda realtà che hai visto. Non dimenticare gli slum pieni di putrido fango, i bambini costretti a viverci dentro. Non dimenticare le scuole con due aule per più di duecento bambini. Non dimenticare le banane fritte, gli scarafaggi, i chapati mangiati per strada. Ricorda tutto, ogni profumo, ogni sapore. Ricorda di quanto la tua vita sia cambiata, e rendi grazie per ogni secondo. 
Ti voglio bene, 
te stessa.”

Yes, travel! (capitolo I)

Perché viaggiare? di volta in volta vi scriverò in base alle mie esperienze personali qualche buon motivo per iniziare a farlo!

“Vivrei una Vita diversa se non avessi la voglia di scoprire che ho.
Negli ultimi hanno ho subito un gran cambiamento, ho messo in ordine tutti i pezzi di un puzzle incompiuto, il mio.
Ho iniziato a dare un’interpretazione diversa alle cose, ho scoperto che la curiosità è una cosa fondamentale nella mia Vita e penso che possa esserlo nella Vita di tanti.
Ho visto tantissimi luoghi nuovi e sono rimasto totalmente affascinato dalle differenze che ci sono fra le persone.
La condivisione ti rende incredibilmente ricco..e se ogni volto ha una storia, voi che scusa avete per non provare a scoprirla?

Viaggio in Israele di 4 giorni. Ne vale davvero la pena?

Viaggio di 4 giorni in Israele, possibile? ne vale davvero la pena?
Periodi di tempo libero limitati e spesso combinazioni di voli convenienti per Tel aviv con periodi che vanno dai 3 ai 4 giorni (andata e ritorno) ci portano spesso a porci domande riguardo la fattibilità del viaggio.
L’interrogativo più frequente che ci si pone in relazione alle notizie riportate dai media è simile a questo: ‘Riuscirò a godere a pieno di un Paese storicamente così importante e a vedere i luoghi chiave quindi, di Israele?’
La risposta vera c’è e potrete trovarla solo valutando le vostre capacità, la vosta voglia di portarvi oltre il limite e le vostre esigenze.
Prendiamo quindi in esempio, una combinazione di volo che spesso si presenta ad un prezzo ottimo, quella con partenza il venerdì pomeriggio e ritorno il lunedì in tarda mattinata.
Quattro giorni, pronti?
L’itinerario israeliano che vi consiglio di seguire è questo:

DAY 1 e 2: Arrivo a Tel Aviv in serata, check-in in hotel o appartamento e subito uscita serale al centro di Tel Aviv.
Sul lungomare, nei mesi estivi è facile incontrare una temperatura ideale, calda e secca, una passeggiata di qualche chilometro e magari una sosta in qualche ristorante (alcuni sono particolarmente caratteristici), potrete assaggiare sulla spiaggia e con il rumore dell’oceano in sottofondo la cucina locale.
Dopo cena, dimenticate il letto, perché dal Grand hotel (che si trova ad uno/due chilometro dal centro) partono i bus turistici che vi porteranno fino a Masada, ad un passo dal deserto e dal Mar Morto.
Arriverete a Masada (un’antica fortezza, situata su una roccia a 400 m di altitudine rispetto al Mar Morto) per l’alba, appena arrivati una breve fila di ingresso e via, in salita verso la vetta, la salita è di vari chilometri e per nulla indicata per i NON sportivi (considerando le tempistiche ristrette che avrete per arrivare in vetta prima che il sole nasca e vista la pendenza che spesso incontrerete), arrivati in cima sarete invasi oltre che da una certa stanchezza, da grande soddisfazione, vi troverete davanti una vista eccezionale, unica nel suo genere, del sole che nasce in direzione Mar Morto.
Un’oretta per visitare il sito archeologico e per rilassarvi guardando un incredibile panorama e giù, discesa verso il bus (anche questa impegnativa per la strada e per le scale in pietra).
Arrivati al bus ripartirete in direzione Ein Gedi, si tratta di un’oasi in cui potrete osservare la bellezza della fauna che occupa questo Paese, oltre a ciò, troverete delle cascate in cui potrete rinfrescarvi dato il clima caldo.
Un paio d’ore e ritorno al Bus che vi porterà fino ad una spiaggia sul Mar Morto, incredibile entrare in acqua e rendersi conto della forte salivazione, della assoluta particolarità del luogo.
La cosa che vi stupirà sarà sicuramente il fatto che nel mar Morto, si sta a galla anche non volendo starci.
Non siete dei grandi nuotatori? No problem!
purtroppo la visita al Mar Morto durerà poco, un’oretta e dovrete tornare al bus, che vi riporterà nel tardo pomeriggio a Tel Aviv.
Vi consiglio di recuperare qualche energia, sarà fondamentale per affrontare il proseguio del viaggio.
In serata uscita di qualche ora o se volete esagerare (come ho fatto io), andate a divertirvi in qualche disco club, alla fine del lungomare (poco dopo l’hilton hotel) ce ne sono tante e per tutti i gusti.

DAY 3: Sveglia presto, alle 7 (consigliata), prendete il primo taxi che si offre ad un buon prezzo e dirigetevi alla stazione centrale, lì potrete prendere un bus che in un’ora circa vi porterà nell’antica Gerusalemme!.
È il momento di prendere una cartina della città vecchia in mano e di concentrarvi nel percorrere le strette strade che entrano nel cuore della spiritualità, nei vari quartieri.
Vi consiglio di iniziare con il quartiere cristiano e finire con il quartiere ebraico.
Restate sempre concentrati, soffermatevi sui particolari, sulle differenze di usi e costumi restando comunque attenti nelle zone troppo affollate.
Finita la visita all’old town, carcate un taxi disposto a portarvi fino al Monte degli Ulivi, da cui potrete vedere la città dall’alto.
Prendetevi un po’ di tempo per restare seduti, magari in silenzio in modo da riposare le vostre gambe e la vostra testa in una posizione storicamente fondamentale.
Starà per arrivare la sera, quindi tornate tramite taxi alla stazione centrale.
Cercate il bus giusto e fate ritorno a Tel Aviv (tornerete di sera).
Una volta giunti alla stazione centrale, vi consiglio vivamente di non tornare a casa a piedi, bensì in taxi, fra la stazione centrale e il centro di Tel Aviv vi è uno dei quartieri ghetto della città, poco consigliabile transitare da quelle parti di notte a piedi.
Tornate a casa, una doccia veloce e una passeggiata relax sul lungomare (molto stile Miami) di Tel aviv.

DAY 4: Ultimo giorno, ultimo sforzo.
Sveglia alle 8, bus oppure taxi fino all’Old Jaffa di Tel Aviv, il luogo più antico della giovane città israeliana.
Entro qualche ora potrete osservare ciò che c’è di storicamente rilevante e magari fare un po’ di sano e aggiungerei MERITATO shopping nel mercato d’antiquariato che si tiene in quella zona.
Pranzo veloce ed ultimo taxi direzione Aeroporto, si torna a casa!

Conclusioni: Che dire, tutto fattibile, ma è giusto essere preparati a fare fatica, non sarà un vacanza, sarà un viaggio vero, impegnativo.
Le emozioni che proverete potrebbero essere forti, probabilmente alcune di queste le elaborerete durante il volo di ritorno o magari quando tornerete a casa.
Sarà un viaggio che vi segnerà.
Israele è impatto, metteteci cuore e state pronti a reggerlo.

Porto – ‘A capital do Norte

Nonostante la città di Porto sia la terza in Portogallo, questa non ha nulla da invidiare alla capitale Lisbona, tant’è vero che nel 2017 questa città portoghese ha ricevuto il titolo di Best European Destination.

Non sapete dove trascorrere le vostre prossime vacanze oppure un lungo break? Porto sembra perfetta per voi.
La città si divide in città alta e città bassa collegate tra loro attraverso stradine acciottolate e vicoli colorati in cui trovano spazio ristoranti e botteghe artigianali.

Cosa vedere quindi, durante la vostra visita?

1)IL QUARTIERE DELLA RIBEIRA – Il quartiere della Ribeira è senza dubbio il più pittoresco di Porto e  offre una lunga passeggiata lungo fiume, splendide vedute sul ponte Dom Luis e gli edifici dagli sfavillanti color pastello. Non presenta particolari monumenti da visitare, ma al compenso permette di sostare nella piazza principale, magari in uno dei numerosi cafe.

2) PONTE DOM LUIS I – Il maestoso ponte in ferro, progettato da un assistente di Gustave Eiffel sovrasta la parte meridionale della Ribeira e collega la città a Vila Nova de Gaia, che sorge sulla sponda opposta del Douro e dove si trova la maggior parte dei grandi produttori del famoso vino di Porto. Ponte Dom Luis è un ponte a due piani: al piano superiore passa la metropolitana di Porto, mentre quello inferiore è riservato a tram, autobus e pedoni. Una passeggiata sul Ponte Dom Luis I non può mancare durante il vostro soggiorno in Portogallo, magari in un orario in cui potrete godere di un colorato tramonto.

3) CHIESA DI SAN FRANCESCO E CATTEDRALE DI PORTO – La chiesa gotica  Francesco di Porto (São Francisco), venne edificata nel XIV secolo e  ri-decorata durante il periodo barocco con la tecnica della talha dourada, ovvero legno intarsiato e ricoperto di una lamina d’oro. Più sobria e contenuta, con il suo impianto romanico, è invece la Cattedrale di Porto. Il punto forte di questa splendida chiesa di Porto sono le azulejos bianche e azzurre del favoloso chiostro gotico, che raffigurano episodi dalla vita della Madonna e dalle Metamorfosi di Ovidio. Da qui inoltre si gode di una splendida vista sul fiume e sul ponte.

4) LIVRARIA LELLO – In Rua dal Carmelitas, nel centro di Porto, si trova una delle librerie più belle del mondo. La Libreria Lello (nota anche come Lello e Irmão o Libreria Chardron) fu fondata nel 1869 e colpi talmente tanto JK Rowlings, la creatrice del celebre mago Harry Potter, che la scrittrice la prese come ispirazione.

5) CANTINE SANDEMAN: Porto è una città famosa anche per i propri prodotti tipici, il più famoso fra questi è sicuramente il vino “Porto” che spesso avrete sentito nominare.
Una visita ad una cantina con una conseguente degustazione è quasi d’obbligo.
La cantina più famosa in assoluto è sicuramente quella di Sandeman.
La si può visitare tramite una visita guidata, il prezzo varia in base al vino scelto, una visita standard costa intorno ai 6 euro a persona.

ARTICOLO SCRITTO IN COLLABORAZIONE CON VITTORIA DI LISI.