Uganda, dall’alba alla nuova Vita

Il 26 luglio 2014 sono partita per il viaggio più importante della mia vita – almeno tra quelli fatti fino ad oggi. Ho deciso di volare verso l’Uganda, dopo mesi di formazione ed incontri nella sede di Africa Mission – Cooperazione e Sviluppo, l’ONG di cui facevo e faccio parte. 
Avevo finito il liceo da poco più di un mese, volevo cercare di vedere cosa ci fosse oltre il mio paese di circa 2.000 abitanti; avevo bisogno di allontanarmi dalla mia famiglia, ma non per le solite mete convenzionali. Avevo bisogno di un luogo che mi mettesse alla prova, che mi desse l’opportunità di mettermi  a nudo, di non poter dire e non potermi dire bugie. Volevo capire cosa significasse mettersi a servizio dei più poveri, degli ultimi, di quelli che non hanno nemmeno il diritto di morire. Fino all’ultimo giorno prima della partenza sono stata titubante ed è forse la prima volta che lo dico: avevo paura di voler semplicemente mettere in tasca il viaggio umanitario di cui molti si vantano. Non mi conoscevo bene nemmeno io! Per fortuna sono partita, senza se e senza ma. Ho passato 21 giorni nella Terra Rossa, tra Kampala e Moroto, nei compound di Cooperazione e Sviluppo assieme ai miei compagni di viaggio e ai cooperanti che hanno scelto di lavorare e quindi vivere lì la loro vita. Ho visto albe e tramonti spogli di qualsiasi luce artificiale, ho visto la Savana, ho visto le case fatte di paglia e fango e i capi tribù che ci guardavano come se fossimo venuti da un altro pianeta. Ho sentito forte il bisogno di urlare e di piangere di fronte alla povertà. Più di tutto, ho ritrovato me stessa. 
Per capire ancora meglio, vi lascio la lettera che ho scritto a me stessa (si, a me stessa) il 12 agosto 2014, a Moroto, qualche giorno prima di ripartire per l’Italia. Non l’ha mai letta nessuno
“Ciao Virginia! 
Sono io, Virginia. È arrivato il momento di metterti a nudo con te stessa. Quante volte, per quanto tempo, forse anche in questi giorni, ti sei sentita fiume impaurito, spaventato. Cosa ti spaventava? Ovviamente la paura di sparire nell’oceano. Fino ad un attimo prima di buttarti in questo oceano hai sentito di non essere adatta, di non essere all’altezza. Forse ti ci sei buttata anche senza sicurezza i primi momenti. A dir la verità, perché adesso la verità la diciamo tutta, avevi paura di confrontarti con una realtà totalmente diversa da quella che vivevi ogni giorno. Volevi e non volevi. Eri titubante, ma ormai era fatta. Potevi solo buttarti nell’oceano. Ora però la domanda era: saresti scomparsa nell’oceano o ne saresti diventata felicemente parte? Anche quando sei arrivata qui, non ti sei resa conto di dov’eri, di cosa avresti vissuto e ti sentivi persa nell’oceano. Tanti volti, tanti sorrisi ma mai qualcosa che davvero ti toccasse. Poi però, non sai come, quando, perché, hai rischiato. E tra pianti, sorrisi e verità sei riuscita ad immergerti in questa realtà. Allora ciò che vorrei da te è che tornassi così in Italia. Staccati un attimo dai legami inutili: cellulare, mondo virtuale, situazioni stressanti. Vivi, vivi, VIVI! Nessuno sarà lì a ricordarti cosa ti stai perdendo! Tutti i sorrisi che stai vedendo, le carezze, i momenti di condivisione, stanno davvero toccando il tuo cuore solo da quando hai deciso di metterti a nudo, ascoltare e restare in silenzio e, davvero, metterti a servizio. Avevi paura di non essere all’altezza, avevi paura che tutto ciò che rappresentava il tuo percorso passato non ti permettesse di essere “adatta” ad affrontare questo viaggio ed il tuo futuro. 
Vivi senza maschere. Ascolta la savana, ascoltane i suoni puri e incontaminati. Porta a casa la bellezza di ogni paesaggio che hai avuto la fortuna di imprimere nella tua mente. Ricordati dei viaggi fatti in compagnia, delle stelle. Queste stelle che ogni sera sembrano caderti addosso tanto ti sono vicine. 
Rischia, buttati. Tutti quelli che hai incontrato nella loro vita non hanno ricevuto nulla di materiale, ma vivono la bellezza della natura che li circonda ed ogni giorno sorridono a questo sole così imponente. Domani svegliati, respira profondamente e ricorda a te stessa che sei in Africa, sola, viva e libera. 
Quando tornerai non dimenticare della cruda realtà che hai visto. Non dimenticare gli slum pieni di putrido fango, i bambini costretti a viverci dentro. Non dimenticare le scuole con due aule per più di duecento bambini. Non dimenticare le banane fritte, gli scarafaggi, i chapati mangiati per strada. Ricorda tutto, ogni profumo, ogni sapore. Ricorda di quanto la tua vita sia cambiata, e rendi grazie per ogni secondo. 
Ti voglio bene, 
te stessa.”

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